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GIORGIO PERLASCA

Ancora bambino si trasferì con la famiglia a Maserà, in provincia di Padova, per seguire il padre Carlo trasferitosi per motivi di lavoro. In gioventù aderì in modo convinto al Partito Fascista e prese parte come volontario alla guerra d'Etiopia e poi alla guerra civile di Spagna, nel Corpo Truppe Volontarie, a fianco dei nazionalisti del generale Francisco Franco, dove rimase come artigliere fino al termine del conflitto, nel 1939, quand'era ventinovenne.

Dal 1938 iniziò ad allontanarsi dal fascismo, in particolare non condividendo la promulgazione delle leggi razziali e l'alleanza con la Germania e decide quindi di allontanarsi dall'Italia occupandosi di attività commerciali. Al principio della seconda guerra mondiale, Perlasca si trovò a lavorare prima in Jugoslavia e, dal 1942, in Ungheria a Budapest, in qualità di agente venditore per una ditta di Trieste, la SAIB (Società Anonima Importazione Bovini), con permesso diplomatico. Il giorno dell'armistizio tra l'Italia e gli Alleati (8 settembre 1943) si trovava ancora nella capitale ungherese e, prestando fedeltà al giuramento fatto al Re, rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini. Per questo motivo si trovò a essere ricercato dai tedeschi e fu costretto a trovare rifugio presso l'ambasciata spagnola.

Busto dedicato a Giorgio Perlasca situato all'entrata dell'istituto di cultura italiano a Budapest.

Grazie a un documento che portava con sé attestante la partecipazione alla guerra civile spagnola e che gli garantiva assistenza diplomatica, ottenne dall'ambasciata una cittadinanza fittizia e un passaporto spagnoli, intitolati all'inesistente «Jorge Perlasca». Tra le altre mansioni, fu impegnato con l'ambasciatore Ángel Sanz Briz nel tentativo di salvare gli ebrei di Budapest, ospitati in apposite «case protette» soggette all'extraterritorialità per la copertura diplomatica, dietro il rilascio di salvacondotti.

Tale operazione era stata organizzata con la collaborazione di alcune ambasciate di altre nazioni e una generale tolleranza del governo ungherese. Quando nel novembre 1944 Sanz Briz decise di lasciare Budapest e l'Ungheria per non riconoscere il governo filonazista ungherese, Perlasca decise di restare e spacciarsi per il sostituto del console partente, all'insaputa dello stesso e della Spagna, redigendo di suo pugno la nomina a diplomatico, con tanto di timbri e carta intestata.

Da quel momento Perlasca si trovò a gestire il "traffico" di migliaia di ebrei, nascosti nell'ambasciata e nelle case protette sparse per la città, come similmente cercavano di fare il diplomatico svedese Raoul Wallenberg e il nunzio apostolico Angelo Rotta. Tra il 1º dicembre 1944 e il 16 gennaio 1945, Perlasca rilasciò migliaia di finti salvacondotti che conferivano la cittadinanza spagnola agli ebrei, arrivando a strappare letteralmente dalle mani delle Croci Frecciate i deportati sui binari delle stazioni ferroviarie.

Impedì inoltre l'incendio e lo sterminio nel ghetto di Budapest, con 60.000 ebrei ungheresi, intimando direttamente al ministro degli interni ungherese una fittizia ritorsione legale ed economica spagnola sui "circa 3000 cittadini ungheresi" - in realtà poche decine - dichiarati da Perlasca come residenti in Spagna. Curò infine personalmente l'organizzazione e l'approvvigionamento dei viveri, recandosi ogni giorno presso le abitazioni, e utilizzando gli scarsi fondi dell'ambasciata, poi i propri e quindi studiando e applicando un sistema equo di autotassazione sui rifugiati, basato sugli averi di ciascuno. Grazie all'opera di Perlasca, 5.218 ebrei furono direttamente salvati dalla deportazione. Dopo l'entrata a Budapest dell'Armata Rossa, Perlasca dovette abbandonare il suo ruolo di diplomatico spagnolo, in quanto filo-fascista e perciò ricercato e arrestato dai sovietici.

Perlasca con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga il 30 giugno 1990

Tornato in Italia, riprese la sua vita di prima senza troppi clamori, lavorando come commerciante e conducendo un'esistenza modesta e riservata, senza raccontare la sua vicenda alla famiglia né alla stampa. Dai pochi vertici militari a cui raccontò in forma riservata la sua vicenda nel dopoguerra fu ignorato per opportunità diplomatica o politica. Soltanto nel 1987, oltre quarant'anni dopo, alcune donne ebree ungheresi residenti in Israele rintracciarono finalmente Perlasca (reputato da molti un cittadino spagnolo di nome Jorge, vista l'identità che aveva assunto) e divulgarono la sua storia di coraggio e solidarietà. Ancora in vita, Perlasca ricevette per la sua opera numerose medaglie e riconoscimenti. Il 23 settembre 1989 fu insignito da Israele del riconoscimento di Giusto tra le Nazioni.

Al museo Yad Vashem di Gerusalemme, nel vialetto dietro al memoriale dei bambini è stato piantato un albero a lui intitolato. Anche a Budapest, nel cortile della Sinagoga, il nome di Perlasca appare in una lapide che riporta l'elenco dei giusti.

È morto a Padova nel 1992 all'età di 82 anni per un attacco di cuore. È sepolto a Maserà di Padova.

In Israele gli è stata dedicata una foresta, in cui sono stati piantati 10.000 alberi, a simboleggiare le vite degli ebrei da lui salvati in Ungheria. In Italia su iniziativa del figlio Franco, è stata istituita la Fondazione Giorgio Perlasca. Molte scuole e vie sono a lui dedicate.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/d/d4/Giorgio_Perlasca2.jpg/220px-Giorgio_Perlasca2.jpg

 

 

 

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